“Ok Boomer” a chi? Il Festival di Sanremo combatte l’Ageismo

Il seguente articolo è frutto della collaborazione con una mia cara amica, la dott.ssa Valeria Monno.
La ringrazio di cuore per aver aver accettato di scrivere per noi un articolo a mio parere davvero interessante, creando un legame diretto tra un tema apparentemente distante dalla nostra quotidianità, la psicologia dell’invecchiamento, e un programma televisivo che invece questa settimana ha fatto parte della nostra vita di tutti i giorni, il festival di Sanremo.
Qualche parola su Valeria:
Il suo percorso formativo comincia a Bari, dove consegue la laurea triennale. Decide di specializzarsi a Padova in Psicologia Cognitiva Applicata e attualmente svolge tirocinio professionalizzante nei suoi settori di interesse: l’invecchiamento e l’intervento cognitivo. Nell’ultimo periodo ha deciso di aprire una pagina IG, @chiacchieredipsicologia, per rendere le conoscenze psicologiche un materiale fruibile per tutti i suoi seguaci, in modo originale e accativante.
Ha accettato di scrivere per la categoria “Orizzonti” per trattare un fenomeno tanto diffuso quanto poco discusso: l’Ageismo.

Incipit

Il Festival di Sanremo è uno degli appuntamenti più attesi e discussi dell’anno, ma più di tanti eventi è uno spaccato – a volte irrealisticamente buonista – dell’Italia dei giorni nostri, che si mostra sempre più sensibile ai temi dell’ambiente e dell’inclusività. E a proposito di inclusività, nel corso dell’edizione 2022 del Festival della Canzone Italiana si è fatta luce su tante realtà che spesso devono fare i conti con razzismo e omotransfobia grazie ai preziosi contributi di due co-conduttrici d’eccezione: Lorena Cesarini e Drusilla Foer. Tuttavia, anche quest’anno Sanremo torna a combattere un nemico dell’inclusività, l’Ageismo, e lo fa rappresentando un altro spaccato di società, ovvero la categoria dei maturi. Da Donatella Rettore (1955) a Massimo Ranieri (1951), da Gianni Morandi (1944) a Iva Zanicchi (1940): le reazioni alle loro performance generalmente vanno da un rifiuto categorico (“Che ci fa ancora qui questo, non può andarsene in pensione?!”) a cieca ammirazione (“Guarda come porta bene quei tacchi!”).

In foto Gianni Morandi (77 anni) e Iva Zanicchi (82 anni) durante la loro prima esibizione al Festival di Sanremo 2022

Perché reazioni così diverse?

Ci siamo mai posti questa domanda? La risposta va cercata in un altro quesito, ovvero “quale idea abbiamo di invecchiamento?”.
È qui che l’ageismo prende il sopravvento. Questo inglesismo coniato nel 1969 dal gerontologo R.N. Butler indica l’insieme di credenze, reazioni emotive, atteggiamenti e comportamenti che ci portano a giudicare – fino a discriminare – una persona in base alla sua età. In base a queste credenze stereotipate siamo convinti che l’avanzamento dell’età sia accompagnato solo ed esclusivamente ad aspetti negativi: il fisico perde tonicità, siamo mentalmente più stanchi, rallentati, smemorati. Ma non è proprio così!

L’invecchiamento è un processo multidimensionale e multidirezionale (Baltes, 1987). Ciò significa che le nostre abilità cognitive rispondono in maniera diversa allo scorrere del tempo, e non tutte vanno incontro a un declino. Certo, alcune abilità subiscono un peggioramento (come la memoria prospettica, che riguarda appuntamenti e impegni futuri), ma altre restano pressoché invariate (ad esempio, la memoria procedurale, che conserva i ricordi degli schemi comportamentali ampiamente appresi e dunque automatici), mentre altre ancora migliorano (ad esempio, la capacità di gestire le emozioni – Carstensen e coll., 1999).

In video Marta C. González, ex prima ballerina del New York City Ballet durante gli anni 60 del secolo scorso. L’anno scorso è diventato virale il video in cui le basta sentire le prime note de “La morte del cigno” di Čajkovskij per ripercorrerne i gesti e movimenti. Una dimostrazione di come i ricordi autobiografici e procedurali resistono allo scorrere del tempo e, nel suo caso, anche alla demenza per morbo di Alzheimer.

Quindi invecchiare bene è una questione di fortuna?

È credenza comune che i pochi che invecchiano bene, cioè che si mantengono mentalmente e fisicamente attivi anche in età avanzata, siano semplicemente fortunati. Sfatiamo anche quest’altro mito. Invecchiare bene non è questione di fortuna, ma di riserva cognitiva. Cos’è? Per rispondere a questa domanda sfrutterò la metafora che ho usato mentre stavo preparando proprio l’esame in Psicologia dell’invecchiamento e della longevità.

Immaginiamo di essere alla guida della nostra automobile. Procediamo spediti verso la destinazione su una strada a doppio senso di marcia quando, svoltando ad una curva, calcoliamo male la velocità e invadiamo l’altra corsia. In quel momento stava transitando un’altra automobile e l’impatto è inevitabile. In questa metafora, la riserva cognitiva è l’airbag, ovvero il cuscinetto che si apre e protegge l’individuo limitando i danni conseguenti l’impatto. Allo stesso modo, la riserva cognitiva indica quel “cuscinetto” cognitivo e neurale che protegge l’individuo dalle inevitabili perdite (sensoriali, fisiche, cognitive, …) associate al processo di invecchiamento.

Quali sono gli ingredienti della riserva cognitiva?

Questo fantomatico cuscinetto è composto solo in minima parte da fattori genetici, che ci predispongono a un invecchiamento più attivo. Al contrario, incidono in maniera più significativa aspetti ambientali e, non meno importante, lo stile di vita adottato. Vediamo questi fattori nel dettaglio:

Fattori biologici e genetici

  • Attività del gene BNDF, che contribuisce alla neurogenesi, alla sinaptogenesi e alla differenziazione neurale;
  • Attività del gene COMT, responsabile della regolazione del sistema dopaminergico, associato alla prestazione in molteplici compiti cognitivi;
  • Assenza dell’allele 4 del gene apoE, che rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo della malattia d’Alzheimer a esordio tardivo.

Fattori ambientali

  • Elevato quoziente intellettivo;
  • Elevato livello d’istruzione;
  • Alto livello di occupazione e realizzazione professionale;
  • Buono status socioeconomico;
  • Impegno in attività di tipo fisico;
  • Impegno in attività cognitivamente stimolanti (ad esempio, hobbies, interessi, frequentazione di esperienze di Life Long Learning, Università della Terza età, circoli ricreativi);
  • Essere parte integrante di una rete sociale.

Stile di vita

  • Dieta mediterranea (riconosciuta per essere varia e bilanciata);
  • Uso moderato di alcool e tabacco;
  • Corretta igiene del sonno

Come vedi, la fortuna di nascere con un certo corredo genetico è poco influente. La probabilità di vivere un invecchiamento attivo e di qualità, al contrario, è data dalle scelte che compiamo ogni giorno sin dall’inizio del nostro percorso di vita.

Per riprendere la metafora dell’automobile, avremmo anche potuto avere la fortuna di guidare una Ferrari, ma se non siamo muniti di dispositivo airbag, l’impatto ha conseguenze decisamente più devastanti! Come disse la mia docente del corso: “Secondo voi da quando iniziamo ad invecchiare? 60, 65, 70 anni…? No, tecnicamente iniziamo ad invecchiare da quando nasciamo, tanto vale impegnarci per farlo al massimo della qualità!”


Se vuoi saperne di più, ecco le mie fonti!

Baltes, P. B. (1987). Theoretical proposition of life-span developmental psychology: On the dynamics between growth and decline. Developmental Psychology, 23(5), 611-626.

Chicherio, C., Ludwig, C., & Borella, E. (2015). Il cervello che invecchia: tra perdite e guadagni. In De Beni, R. & Borella, E. (Eds.), Psicologia dell’invecchiamento e della longevità (pp. 15-30), Bologna: Il Mulino.

Mammarella, N., Fairfield, B. (2015). Emozioni, motivazioni e personalità nell’invecchiamento attivo. In De Beni, R. & Borella, E. (Eds.), Psicologia dell’invecchiamento e della longevità (pp. 195220), Bologna: Il Mulino.


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